2013

Preludio, Sinfonia, variazioni sul tema
Carolina Pozzi

PRELUDIO

La crescita artistica intrapresa da Federico Zimatore negli ultimi anni si delinea con chiarezza come un percorso progressivo, sempre orientato al futuro e pronto a inglobare e metabolizzare nuovi stimoli. Non un andamento lineare, bensì un moto spiraliforme che si è costantemente allargato pur mantenendo ben saldo un nucleo centrale capace di dare coerenza all’evolversi della pratica: la fascinazione per il linguaggio pittorico, specialmente inteso come punto di incontro tra il dato formale e quello cromatico.
A circa quindici anni dai suoi esordi, questa mostra personale è frutto di uno sforzo sintetico e riepilogativo da parte dell’artista, capace di osservare e valutare con lucidità gli sviluppi recenti del proprio lavoro e ricondurli senza soluzione di continuità alle produzioni precedenti.

Un tentativo, quindi, di “fare il punto” sul passato recente e, in un certo senso, accompagnare coloro che visiteranno l’esposizione alla scoperta dei risvolti più attuali del suo lavoro. Dal confronto con lo spazio particolarmente articolato della galleria, incastonata nel cuore storico della città, è scaturita la volontà di suddividere il volume espositivo in due parti piuttosto distinte. Nella sala interrata – che conserva una porzione della grandiosa cinta muraria del Tempio di Adriano – si è deciso di presentare una selezione di tele che possono essere identificate e facilmente riconosciute come le “radici” delle opere recenti, secondo una suddivisione quasi metaforica degli ambienti. In mostra alcune opere che, a loro volta, confermano l’andamento per nuclei, quasi per macro-tematiche, della poetica di Zimatore. Se da una parte abbiamo La palude (2010), Mare fermo (2010) e La città improbabile #1 (2010), il secondo gruppo è costituito da Eurodollaro (2012), L’euro nell’età dell’incertezza (2012), Profondo rosso (2012) e Una luce nel buio (2012). Di un periodo leggermente antecedente, il primo gruppo di lavori dimostra una vicinanza maggiore rispetto alle prime produzioni, ispirate soprattutto alle tematiche tradizionali della natura e del paesaggio. Tali categorie, che per l’artista rappresentano la possibilità di instaurare un rapporto privilegiato, mediato dalla creazione artistica, con la realtà circostante, sono trattate con una tecnica libera e istintiva, che nella gestualità e nell’approccio quasi fisico alla sostanza pittorica ricordano da vicino le sperimentazioni dell’Espressionismo Astratto della metà del Novecento. Seppur pienamente collocabili all’interno dell’ampio ambito della pittura non figurativa, la grande forza di questi lavori risiede nella loro capacità di suscitare immagini ben chiare e reali, giocando sul labile confine tra la consapevolezza e l’inconsapevolezza della percezione, e facendo leva sull’attribuzione di titoli mai didascalici ed estremamente evocativi. D’altro canto, l’introduzione di elementi “reali” che propongono un allontanamento dallo spazio esclusivamente astratto della tela, per ricondurre l’osservatore alla dimensione del riconoscibile e del concreto, testimoniano un interesse tutto italiano per la materia, utilizzata nelle sue potenzialità concrete e simboliche per cercare di eliminare lo scarto tra la dimensione artistica e quella quotidiana. Le corde e i pezzi di spago che Zimatore utilizza per interrompere la quieta armonia delle tele non possono infatti che dirsi memori dell’esperienza dell’Arte Povera, forse la corrente italiana che nel secolo scorso ha ottenuto il maggiore riconoscimento a livello internazionale. Ne La città improbabile #1 – parte di una serie che comprende più lavori dello stesso genere – l’artista manifesta un’inquietudine di carattere quasi ecologico, cominciando ad affiancare all’osservazione lirica ed emozionale della natura un’interpretazione più critica e disincantata, che si rivelerà di centrale importanza per il nucleo di opere immediatamente successivo.
I lavori di carattere, per così dire, economico, esprimono appunto concetti profondamente radicati nel contesto contemporaneo, attraverso simbolismi e metafore ben note. L’instabilità della moneta unica, la volatilità finanziaria, l’aumento dello spread e il calo del valore d’acquisto sono alcune delle costanti che Zimatore affronta e metabolizza in chiave poetica nella produzione del 2012 – non a caso uno degli anni in cui la crisi ha colpito più duramente il nostro paese. L’autore si dimostra così abile e attento osservatore della realtà e delle istanze di cambiamento in atto, assecondando un’urgenza espressiva che lo spinge sempre più prepotentemente ad abbandonare la bidimensionalità della tela per forzare i limiti della rappresentazione, includendo nei quadri frammenti provenienti dalla realtà e approdando a un’inedita dimensione scultorea e installativa. Tale tendenza è confermata dall’utilizzo di barchette di carta, realizzate per lo più con vecchie fatture, ricevute e documenti bancari, e applicate direttamente sulla tela. Nella costante presenza del simbolo dell’euro è possibile rintracciare un’attitudine che, con una gestualità ancora pienamente espressionista, immette una sorprendente tendenza di carattere Pop, esplicitandosi nell’inevitabile perdita di senso delle immagini ripetute all’infinito, quasi fossero anch’esse parte della produzione di massa che contraddistingue l’epoca consumista. È proprio alla capacità di combinare queste tensioni apparentemente inconciliabili che è possibile ascrivere l’ennesima svolta, quella più recente, della poetica di Zimatore, ben rappresentata in mostra da una robusta selezione di nuove produzioni.

SINFONIA

Un quadro di piccolo formato, animato dal contrasto squillante tra il verde, il rosso e il blu, racchiude al centro sedici barchette di carta. Sullo sfondo alcuni fogli con pentagramma, che di istinto riportano alla mente le prime sperimentazioni di Picasso e Braque all’inizio del secondo decennio del Novecento, quando la carta per spartiti, insieme a quella da parati e ai ritagli di giornale, cominciarono ad essere utilizzati alla stregua della materia pittorica, introducendo la rivoluzione del collage e schiudendo la tela a molteplici nuove possibilità. Con uno sguardo più attento, si nota come le barchette – già comparse da qualche tempo nell’opera di Zimatore – siano ricavate anch’esse dallo stesso materiale. Non afferiscono però più al sistema economico e burocratico, bensì a quello musicale, come sottolineato anche dalla prorompente esclamazione tracciata in bianco nella parte bassa della composizione: “Cambio musica!”. Si assiste così, dopo il periodo delle riflessioni critiche, a una ripresa di tematiche più liriche e gioiose, particolarmente care all’autore, il quale identifica nell’attività artistica una possibilità di allontanamento dalla realtà contingente e una fuga nel potere trascendente delle forme e dei colori puri.
In particolare, nell’opera dal titolo Improvvisazione, l’artista sembra voler fare un piccolo inciso, tornando alla bidimensionalità assoluta della superficie e dipingendo una serie di note in modo istintivo e opulento. Si concentra così sul piacere della creatività e sul gesto libero e affermativo della rappresentazione, secondo una modalità che, nelle tele di questo tipo, si avvicina in modo chiaro alle pratiche della Transavanguardia. Della corrente che negli anni Ottanta, dopo le sperimentazioni rarefatte e concettuali del decennio precedente, ha riportato l’attenzione sulla pittura, la forma e il colore, Zimatore mutua la vitalità della creazione formale, la passione per l’oggetto-opera e l’adesione a una sensibilità che lega chiaramente il lavoro alla soggettività dell’autore.
Proseguendo in questa direzione, in Improvvisazione #2 si assiste a una ripresa, e allo stesso tempo a una reinvenzione, di alcuni degli elementi già caratteristici della pratica dell’artista, come appunto le barchette di carta e i fili di tessuto; combinati con nuove icone (le note e gli spartiti musicali), i segni danno così origine a un rinnovato universo simbolico, all’interno del quale il linguaggio pittorico si sposa con quello musicale per coinvolgere lo spettatore su diversi livelli di significato e interpretazione. È inoltre con straordinaria eleganza che Zimatore combina tali fattori in Sinfonia, un giorno dopo l’altro #1 e #2, raffreddando la temperatura del quadro e dando vita a una composizione rigorosa e al contempo vivace, nella quale le barchette punteggiano il pentagramma alla stregua di una melodia di suoni nitidi e squillanti. La stessa progressione temporale dichiarata nel titolo sembra voler suggerire una natura più meditativa di questi lavori, insieme alle infinite possibilità contemplative dell’osservatore, il quale, con la giusta attenzione, può percorrere la superficie della tela alla scoperta di segni sottili, traiettorie fugaci ed equilibri precari.
Una riflessione a parte meritano anche Pathos in blu e Pathos in verde, le due opere che forse più delle altre intrattengono un legame diretto con la biografia e il vissuto dell’artista, abile traduttore di esperienze particolari in immagini di validità universale. Concepite durante un viaggio estivo in Sardegna, le tele sembrano ricollegarsi direttamente alle esperienze precedenti di Zimatore, a quella pittura lirica e gioiosa di paesaggio che in questo caso sembra voler “mimare” da una parte la distesa mossa del mare e dall’altra quella della macchia mediterranea. Le cordicelle con le quali sono realizzati i pentagrammi, inoltre, sono filati regalati all’artista da una tessitrice del luogo, incontrata per caso, la quale è stata senza dubbio inconsapevole ispiratrice di alcuni degli elementi che sarebbero stati assimilati di lì a poco nei nuovi lavori.
Ad accogliere invece il visitatore all’ingresso in galleria, nella vetrina affacciata su Piazza di Pietra, l’installazione intitolata – non a caso – Scherzo. L’opera è dichiaratamente lontana da qualsiasi tentativo di matrice scultorea o costruttivista, e nasce dalla costatazione della “bellezza” dello stesso processo di produzione dei lavori in mostra, quasi a voler esporre un frammento dello studio di Zimatore durante le sue sessioni di pittura. Una volta dipinti, gli spartiti sono posti ad asciugare su fili tesi tra cavalletti, fermati da semplici graffette metalliche. Sono presenti anche alcune delle barchette che più tardi saranno utilizzate per la composizione dei quadri. Nell’articolazione dei colori brillanti, nel delicato equilibrio delle parti, nella scelta di materiali sempre semplici e quotidiani, l’opera è una fedele manifestazione tridimensionale della poetica dell’artista.

VARIAZIONI SUL TEMA

È estremamente importante sottolineare come il rapporto con l’universo musicale abbia ricoperto un ruolo fondamentale sia nella concezione delle opere che nell’impostazione dello stesso percorso espositivo. Dalle chiacchierate e dalla conoscenza del lavoro di un amico pianista si è concretizzato l’interesse per il potenziale immaginifico e trascendente della dimensione musicale, qui assunta sia come soggetto delle tele inedite che come indicatore del rapporto alla base della composizione delle stesse e dei rimandi che le legano reciprocamente. Il titolo della mostra, mutuato dalla terminologia musicale, si riferisce infatti ad una composizione eterogenea e complessa, nell’ambito della quale trovano spazio movimenti diversi tra loro. Zimatore realizza quindi le proprie opere alla stregua di un musicista impegnato in una “sonata”, riservandosi la libertà di variarne l’armonia e l’andamento e lasciando ampio spazio all’improvvisazione, e dà vita a composizioni che hanno di volta in volta il carattere dello “scherzo”, del “grave”, dell’“allegro” e del “moderato”, quasi seguendo le indicazioni agogiche nell’esecuzione di un brano.
L’artista è in grado quindi di concretizzare un progetto ampio e articolato, dal quale non è estranea nemmeno una dimensione, per così dire, performativa. Tre performance di musica Drone sono infatti programmate durante il vernissage e in due serate distinte. Tale genere – le cui origini è possibile far risalire alla Musica d’Arredamento di Eric Satie e all’Ambient Music di Brian Eno, sviluppatesi tra gli anni Settanta e Ottanta – si contraddistingue per la naturale evoluzione dinamico-armonica e le caratteristiche di non invasività, oltre che per la particolarità di un ascolto al limite della consapevolezza. Le libere improvvisazioni di (Tau Ceti con il suo EMS Synthy AKS e Mario Bianco con il Foltek Illuminists Garden (entrambi particolari strumenti elettroacustici)) si ispirano in maniera estemporanea alle opere di Zimatore e all’ambiente espositivo, fornendo – nella pressoché totale assenza di ritmo, con una scelta timbrica deliberatamente “amniotica” e uno sporadico impiego di segnali sonori – un sottofondo musicale raffinato e avvolgente, che accompagna la visione delle opere in mostra, sottolineando ulteriormente il forte legame concettuale e formale con la dimensione sonora.

2009

CAOS
Carolina Pozzi

Inaugurazione giovedì 9 maggio ore 18:00
On the moon gallery
http://www.onthemoongallery.com
Via dei Banchi Vecchi , 59 Roma
Lunedì > Sabato 10.00 / 13.00 – 16/18.00 – Domenica chiuso

La Galleria on the Moon presenta, dal 9 al 25 maggio la nuova mostra personale di Federico Zimatore, artista romano attivo nell’ambito della pittura sin dalla metà degli anni Novanta. Testimoniando la complessità degli sviluppi più recenti della sua pratica, la selezione di opere esposte acquarelli, collage, sculture e installazioni esprimono concetti profondamente radicati nel contesto contemporaneo, attraverso simbolismi e metafore ben note. L’instabilità della moneta unica, la volatilità finanziaria, l’aumento dello spread e il calo del valore d’acquisto sono alcune delle costanti che Zimatore affronta e metabolizza in chiave poetica nelle proprie opere.

In un percorso che muove da L’Italia sfilacciata (2010) – opera simbolo di un paese logorato da una crisi asfissiante e da una classe politica inadeguata – l’artista volge lo sguardo dall’osservazione lirica ed emozionale della natura alla registrazione lucida e disincantata delle influenze economiche e finanziarie che incombono sulla quotidianità, dimostrandosi abile e attento osservatore della realtà e delle istanze di cambiamento in atto. Questa rinnovata urgenza espressiva ha spinto così Zimatore ad abbandonare la bidimensionalità della tela per forzare i limiti della rappresentazione, includendo nei quadri frammenti provenienti dalla realtà e approdando a un’inedita dimensione scultorea e installativa.
Dal caos in atto nel paese – inteso non solo in termini economici, ma come specchio di un disordine sociale, politico e morale col quale abbiamo ormai imparato a convivere – riparte quindi la ricerca alla base delle ultime opere, che riflettono su una civiltà dominata da un’economia fragile e vacillante. Lavori come Carta straccia, Fuga di capitali, Al verde e Fermi al palo (2012) si presentano dunque come metafore amare e pungenti di un contesto a tratti drammatico, nel quale spiccano fenomeni come la drastica perdita di valore dei titoli azionari e la fuga dei capitali verso mete ignote. All’estrema volatilità finanziaria generata dalla crisi e alla speculazione dissennata di alcuni rispondono invece opere come Profondo rosso, Euro lira, Eurodollaro, Una luce nel buio, L’euro nell’età dell’incertezza ed Euro euforia (2012), che si interrogano principalmente sul ruolo giocato in questa situazione dalla moneta unica.
Quali che siano le premesse scoraggianti da cui scaturiscono, le opere di Zimatore riescono nel tentativo di concretizzare una sintesi felice tra dato formale e valore concettuale: in esse i grafici economici che registrano la crisi vengono trascesi dalla purezza della forma astratta e libera, i titoli bancari accartocciati si fanno superficie fragile e contorta, interpretata nei suoi valori scultorei, e le banconote ripiegate diventano barchette ironiche e ludiche in fuga verso mari lontani.
Così come nella cosmogonia orientale il caos coniuga la fine di un ciclo con i presupposti di un nuovo inizio, anche nelle opere di Zimatore è possibile rintracciare un segno di speranza e fiducia nel futuro. Dopo molti anni, le ripercussioni dell’attuale crisi economica e sociale possono infatti essere trasformate in un volano per una possibile ripartenza, che nasca dalla volontà di affrontare lo stesso caos che oggi ci attanaglia e dalla fiducia condivisa in un futuro più equilibrato.

2009

SCAPPO VIA
Raffele Simongini

Immaginiamo la visita in un museo d’arte contemporanea; passando in rassegna le sale ci troveremo dinnanzi a figure proiettate su schermi, muri o monitors. Poi probabilmente osserveremo con attenzione materiali e oggetti d’ogni genere, come fossero chincaglierie in un negozio di robivecchi o prodotti da supermercato collocati in zone dedicate alle ultime tendenze artistiche.
Qualcuno potrà anche pensare che al giorno d’oggi le esposizioni d’arte sono come le vacanze al “Club Méditerranée” o come le gite al “Luna Park”, dove tutto è leggero e divertente ma a fine percorso, ancora frastornati da incomprensibili istallazioni e da luci al neon, si avverte un disorientamento generalizzato sullo stato dell’arte. L’arte contemporanea, infatti, sembra esser priva di una direzione storica, per cui è difficile decodificarne il senso.
Tramontata l’idea di una storia dell’arte lineare, progressiva e orientata verso stili o movimenti ben identificabili, non resta altro che un presente senza storia che inghiottisce il futuro. Il senso dell’arte sembra disperdersi in un pluralismo di stili e di media contaminati tra di loro. In questa situazione caotica, dove trionfano i mixed media e le istallazioni, spiegare cosa sia oggi la pittura è sempre più difficile: l’inadeguatezza e l’ambiguità delle parole spesso limitano le possibili definizioni.

Viviamo nell’epoca del post-tutto, dove ogni cosa è stata detta e fatta e le tecnologie esasperate, applicate alle arti multimediali, rischiano di diventare giochi fini a se stessi che disorientano lo spettatore con effetti speciali. In questo contesto Federico Zimatore, dalla metà degli anni novanta, porta avanti un discorso coerente e personale sulla pittura astratta, oggi più che mai raro nel sistema dell’arte spesso costruito su facili mode effimere.
L’artista Piero Dorazio scrisse con estrema chiarezza che “l’arte moderna trasmette fondamentalmente allegria, ed è stata creata dagli impressionisti, dai simbolisti e dai cubisti contro la paura” Le parole di Dorazio, mutatis mutandis, si adattano bene alle tele di Zimatore. La sua mostra alla “Tedofra Art Gallery” di Bologna è un’occasione per ricordare che l’atto del dipingere è un modo diretto per far felice il mondo. A tal proposito, si esprime Wilhelm Worringer: “il valore di un’opera d’arte, ciò che noi chiamiamo la sua bellezza, consiste nella sua facoltà di suscitare felicità”.
Felicità della pittura e passione per la vita sono i principi elementari a cui si ispira Federico Zimatore per creare le sue opere. Per oltre dieci anni il pittore romano ha studiato arte contemporanea visitando i più importanti musei al mondo e allo stesso tempo, navigando in barca a vela, ha meditato sulle infinite sfumature del mar Mediterraneo. La Natura e l’arte del Novecento gli hanno dato quindi la possibilità di creare un museo immaginario da cui attingere forme e contenuti, individuando il proprio campo di ricerca in una sintesi dinamica fra divisionismo-futurismo italiano e impressionismo francese fino a raggiungere l’immediatezza della pittura americana del secondo dopoguerra
Inevitabilmente quando si affronta il discorso sull’arte astratta, adoperando una metafora marina si nuota, non senza difficoltà, in acque alte. Diciamo la verità, l’arte astratta rimane incompresa alla maggior parte del pubblico che la considera come priva di significato. Ora al di là delle interpretazioni di senso, soffermiamoci sull’aspetto storico-artistico dell’astrattismo per finalizzare la nostra analisi sulle opere di Zimatore. All’origine dell’arte astratta c’è il cubismo che appiattisce l’oggetto sulla tela e lo rende irriconoscibile al senso visivo. La tela cubista è simile ad uno specchio incrinato che riflette unità frammentate della realtà. Ogni singolo pezzo può essere liberamente scelto dal pittore per creare una pura astrazione delle forme.
Ne consegue che dalla totale disgregazione degli oggetti cubisti si generarono le due correnti principali dell’astrattismo: quella lirica ed empatica di matrice espressionista e quella geometrica di stampo costruttivista. Da queste linee guida si è sviluppato il movimento che ha segnato il trionfo dell’arte modernista, fino agli esiti raggianti dell’espressionismo astratto americano degli anni Cinquanta. E’ proprio nella sintesi europea, a cui si aggiunge la notevole influenza della pittura statunitense, che si intravede il primo itinerario artistico di Zimatore dove la sua operazione creativa, compiuta con impeccabile originalità, si veste di matrice post-modernista. L’arte postmoderna, infatti, vive di tracce trasmesse dal passato che permangono come possibile apertura di senso nei confronti della contemporaneità. E così l’artista romano riprende forme astratte che appartengono ad un museo immaginario del passato e le rielabora, con una sensibilità pittorica mediata dalla natura e dalla civiltà moderna, per esprimere con vivacità e ironia, la propria visione del mondo.
Osservando le sue opere intravediamo un chiaro interesse per la gioiosità del colore e il dinamismo della luce, caratteristiche peculiari della tradizione astratta italiana. Inoltre, le tele sollecitano lo sguardo dello spettatore ad osservare le qualità espressive di forma, di colore, di linea e di superficie e, prima di prender coscienza del soggetto illustrato, spostano l’attenzione su piattezza e disposizione dei colori. Per l’artista la piattezza della superficie è l’unica condizione che la pittura non condivide con nessun altra arte. Ricordiamo che solo la pittura astratta rifiuta la tridimensionalità della scultura e dell’architettura, giungendo ad una completa autonomia dallo spazio. Le opere realizzate in questi primi dieci anni dall’artista romano testimoniano una ricerca seria e approfondita sul medium pittorico e sulla superficie del quadro. In tal senso, possiamo ricondurre la sua poetica a due posizioni diverse ma convergenti: il dato atmosferico-impressionista, che si sviluppa in una materia cromatica dal segno espressionistico e una composizione astratta più costruita, definita dal ritmo e dal colore delle due dimensioni.
Qui Federico ha depurato la sua pittura da tutto ciò che poteva condividere con le altre espressioni artistiche e attraverso una tensione formale rigorosa ha escluso gli aspetti rappresentativi o letterari per dedicarsi alla pura emozione suscitata dal colore. Si assiste, quindi, ad un rinnovamento interno della superficie del quadro e ad uno sguardo più disincantato della realtà. Spesso la forma pura bidimensionale è sostituita dalla rappresentazione di un oggetto concreto. I suoi dipinti, infatti, registrano una spiccata capacità di penetrazione nelle forme vitali della natura e negli oggetti della quotidianità. È evidente che la natura non viene mai riprodotta mimeticamente né è trasfigurata romanticamente ma è il risultato di un processo di sintesi delle forme in segni e campiture cromatiche essenziali. Si prenda ad esempio il trittico “La città improbabile”: la vegetazione, dipinta con gesto impetuoso, si riappropria degli spazi conquistati dal cemento della città appena abbozzata sul fondo della tela.
Con questi quadri Zimatore mette in discussione le dinamiche visive che distinguono la figurazione dall’astrazione. L’artista romano attende che le emozioni stimolate dalla realtà vibrino nelle viscere più profonde dell’Io per poi trasferirle sulla tela materica, spesso torturata dal gesto. Soffermiamoci ora su alcune opere che sintetizzano la sua ultima produzione: la serie di monocromi intitolati “La palude”, “Il riscatto” e infine “L’apertura”. Si annota da parte dell’artista un’azione di azzeramento della storia della pittura: egli, infatti, annullando il rapporto tra la figura e lo sfondo della tela, riduce l’opera ad una superficie monocromatica. Su questa struttura primaria, però, Federico arrotola delle corde che, rompendo il silenzio e l’immobilità della forma bidimensionale, rinnovano il ritmo. In questo senso, l’artista denuncia la fine della pittura con una triplice azione: imballa la tela con delle corde, l’archivia in un museo immaginario ed assiste al trionfo delle recenti tecnologie. Una attenta lettura, inoltre, scopre un significato ecologico: i quadri rappresentano la natura vegetale e quella marina imprigionate dalla civiltà tardo-industriale, la quale distrugge tutto senza alcun rispetto per l’ambiente. Pittura e natura sono forse accomunate dal medesimo destino, ovvero quello di essere dominate dalla tecnologia?
La risposta è nelle opere ancora più recenti di Federico. La pittura dopo essere stata azzerata si rinnova mentre la natura scompare. Le due opere che descrivono la svolta sono intitolate “Lavori in corso”. Già il nome denota il cambiamento in atto ovvero la rottura con l’autonomia dello spazio bidimensionale astratto e l’apertura al dato reale dell’oggetto nello spazio pittorico tridimensionale. Alla gioia esasperata pronunciata da colori vivi e vibranti dei primi anni, è subentrata una costruzione più pensata del quadro, attraverso una riflessione approfondita della storia recente. Nei suoi ultimi dipinti, infatti, non si incontrano più elementi naturali ma solo oggetti, simboli e metafore di una civiltà dominata da un’economia dissennata. Si veda al riguardo un altro dittico “Caos istogrammi”: allusioni raffinate a grafici economici che denunciano la crisi dei mercati finanziari (tra le opere più belle, in cui le forme pure ed astratte si fondono perfettamente con il contenuto); ma le tele possono anche riferirsi ad uno stato dell’arte non più inteso come alternativa spirituale, ma come investimento economico su cui puntano i trader della borsa. L’immagine rappresenta la valutazione in continua ascesa o declino dell’opera d’arte: il valore estetico e culturale è sostituito da quello economico. La valorizzazione dell’opera passa dalle sale dei musei e dai testi scientifici ai grafici di mercato o ai battitori d’asta.
Nell’opera “L’Italia sfilacciata” la bandiera italiana è simbolo di una nazione frammentata e divisa, ormai giunta alla deriva. Scrive l’artista: “Nell’anno in cui tutti noi siamo chiamati a festeggiare l’unità, ci troviamo invece in un’Italia sfilacciata. L’opera vuole essere un emblema del nostro tempo, un monito per riflettere e scuotere le coscienze”. Infine, “Scappo via”, tagliente metafora di un’impossibile fuga da una burocrazia invadente e macchinosa. Quest’ultima opera testimonia la trasformazione dello spazio simbolico del quadro poc’anzi accennato dalla bidimensionalità della pura forma astratta alla tridimensionalità dell’oggetto. Inoltre, la scelta tecnica di utilizzare la resina trasparente, che nel tempo si ingiallirà, non è causale o puramente formale, ma nasconde un significato ben preciso: le bollette, i moduli F24 e i bonifici bancari, con cui sono costruite le barchette di carta, col passare del tempo perderanno il loro valore intrinseco e finiranno per essere solo carta straccia. La burocrazia è effimera mentre l’arte perdura nel tempo.
Con quest’ultima opera si intuisce che Federico ha intrapreso una strada nuova: la cronaca graffiante di un’Italia alla deriva ha sostituito l’incantata ammirazione per la natura, radicata nell’astrazione delle forme. In sintesi da un espressionismo del segno e del colore possiamo aspettarci una svolta ironica “Neo-pop”?

2010

10+10 – Federico Zimatore e gli orizzonti della pittura
Raffele Simongini

La pluralità dei mezzi tecnologici, come il video, il web e le immagini digitali, unita alla commistione tra gli stili, ha creato nel nuovo millennio una babele linguistica. La matrice che accomuna queste espressioni artistiche sembra essere la derealizzazione del mondo, ovvero il processo che implica l’azzeramento delle differenze tra realtà e finzione e l’estetizzazione diffusa, ossia il complesso di fenomeni sociali che esaltano gli aspetti edonistici della vita.

L’arte infatti non detenendo più il monopolio della bellezza, diventa sempre più qualcosa d’inafferrabile che delega la propria funzione estetica ad altre discipline: moda, politica, economia ed altre forme di socialità.
A questa situazione estetica ed esistenziale della contemporaneità sembra opporsi Federico Zimatore, il quale esalta a modello della propria arte quella esperienza fondamentale che è stata la pittura astratta ed informale del secondo dopoguerra, in cui le emozioni ispirate dalla realtà vibravano nelle viscere più profonde dell’Io e trasparivano sulla tela materica, spesso torturata dal gesto. L’artista romano, pur collocandosi su quella linea espressiva, risente sicuramente di tensioni contemporanee trasfigurate da un sguardo sul reale più rassicurante e gioioso.
Federico Zimatore, infatti, crede ancora nel potere taumaturgico del colore quando è disteso sulla tela ma soprattutto crede nella centralità di un’attività che produce immagini con la propria manualità e non con supporti digitali. Federico, pur restando saldamente ancorato ad una tradizione che collega l’arte astratta americana degli anni Cinquanta, come ad esempio i “color field painter” a quella più calda e mediterranea del nostro paese (si pensi ad artisti del calibro di Dorazio, Turcato, Schifano e Accardi), rielabora sulla tela con una gestualità del segno libera e spontanea, memorie e visioni interiori di viaggi esotici e di lunghe traversate per mare.
Un quadro di Zimatore, prima di trasmettere un messaggio relativo al soggetto illustrato, sollecita lo sguardo dello spettatore ad osservare le qualità espressive di forme, colori, linee e superfici al fine di spostare l’attenzione su piattezza e disposizione dei colori. Questa è l’arte della pittura allo stato puro. Infatti, la pittura astratta non condivide la tridimensionalità con la scultura e l’architettura ma raggiunge una completa autonomia attraverso lo spazio bidimensionale.
Le opere realizzate in questi ultimi dieci anni dall’artista romano testimoniano una ricerca seria e approfondita sul medium pittorico e sulla superficie della tela dipinta. La sua poetica può essere ricondotta a due posizioni diverse ma convergenti: da una parte il lavoro si snoda attraverso un’iniziale osservazione del dato atmosferico-impressionista in una materia cromatica più tonale; dall’altra, si realizza attraverso una costruzione concreta scandita da ritmo e colore in uno spazio artistico differenziato dall’ambiente. In questo senso Federico Zimatore è giunto ad una meta importante che gli consentirà di ripartire per nuove sfide: ha depurato la sua pittura da tutto ciò che poteva condividere con le altre espressioni artistiche e, attraverso una tensione formale rigorosa, ha escluso gli aspetti rappresentativi o letterari per dedicarsi alla pura emozione suscitata dal colore. E in questi tempi di mode informatiche non è poco.

2009

Federico Zimatore: una sentimentale, entusiastica astrazione lirica
Barbara Martusciello

L’arte di Federico Zimatore, lungi dal volersi imporre pretenziosamente, magari con aspirazioni museali (almeno in questa fase della sua produzione), risponde a una sollecitazione interiore spinta da una personalissima necessità, quella del voler comunicare fortemente se stesso. Nelle intenzioni del suo autore, giovane appassionato d’arte che l’arte pratica con passione e intensità, la sua pittura dovrebbe, infatti, riuscire a essere una sorta di finestra tra la sua parte più profonda e il mondo, del quale osservare e registrare tutto alla sua maniera: semplice, entusiastica, efficace, sentimentale…

Più precisamente, Federico Zimatore considera l’attimo in cui occhio e cuore si uniscono accordandosi come in un prisma sfaccettato capace di percepire, di quel mondo, le vibrazioni cromatiche, la ricchezza tonale, la vitalità atmosferica, l’essenza del paesaggio, la grandezza della complessità sensoriale…; ciò è poi tradotto, a livello concreto, per così dire pratico, in linguaggio dell’arte. La tipologia prescelta è quindi quella di una raffigurazione basata sulla sensazione e sull’emozione, recuperate e anzi valorizzate dalla sua pittura formalizzata non dal realismo della rappresentazione, da una perfezione fotografica dell’effigie, ma dall’astrazione: opzione quanto meno originale, in un’epoca di bombardamento visivo e dominio dell’immagine ovunque.
L’astrazione portata avanti dal nostro artista s’incammina su strade sicure, sperimentate dai grandi maestri della storia dell’arte europea e americana che egli ricorda, a tratti omaggia, e dei quali segue la versione lirica. Di questa egli recupera analisi più generale e caratteristiche intrinseche facendole proprie e manipolandole alla sua maniera. Su tale scelta precisa si assesta tutta la sua ricerca che prosegue da alcuni anni e si orienta verso una più decisa consapevolezza. Le opere che ne fanno parte si organizzano in composizioni il più delle volte duplici; in esse, vale a dire, sono presenti due aree distinte -su un unico quadro o come dittico- con andamento verticale ma anche orizzontale, l’una in contrasto con l’altra oppure suo contraltare, quasi a voler marcare, attraverso questa distinzione e cesura, la compresenza di elementi naturali come cielo e mare, acqua e aria, terra e fuoco ma anche le differenze della loro realtà o struttura: ruvidezza e morbidezza, luminosità e buio, fragilità e robustezza; in questo modo, Zimatore riesce sempre a sottolineare gli aspetti diversi di un unicum indivisibile… Lo fa a maggior ragione anche quando realizza opere prive di tale evidente duplicità, approfondendo un elemento e un sentimento della natura alla volta, spingendo l’acceleratore sulla maggiore completezza possibile. Sceglie, in ogni caso, il registro di una (sua) visione nodale delle cose, quasi estatica e sempre fondamentale da esprimere e ne fa quadri essenzialmente di grandi dimensioni. In queste superfici pittoriche la materia del dipingere è calibrata con attenzione, piena di luminosità e vivacità del colore, ma a tratti capace di tradire un’intemperanza emotiva attraverso tracce informali e gestuali; in ogni caso, come indicato, la natura è la grande protagonista lontana da una visone reale e quotidiana bensì interpretata essenzialmente, in maniera poetica e quasi trascendentale.
L’arte -pensava Artaud- non è imitazione della vita ma questa è l’imitazione d’un principio trascendente con il quale l’arte ci rimette in contatto: questa profonda e articolata riflessione può essere considerata una calzante base di partenza del dipingere di Zimatore, che oggi si propone con più disinvoltura alla pubblica fruizione svelandosi alla continua ricerca di un modo sempre migliore di restituire su tela quell’invisibile agli occhi -di storica e dotta citazione- che solo una pittura attenta e sensibile può essere vicina a dare.

2007

LA PITTURA IN DIVENIRE DI FEDERICO ZIMATORE
Barbara Martusciello

Federico Zimatore continua il suo cammino di uomo e di artista aprendo un nuovo capitolo di vita e di arte. Quel che valeva in passato vale assolutamente anche oggi, con qualche piccolo, sostanziale cambiamento, non a caso sottolineato dallo stesso titolo scelto per questa sua nuova mostra: “Divenire”.

Secondo Eraclito, il “divenire” è la forma stessa dell’Essere in quanto soggetto e continua, perenne trasformazione. Tutto muta, anche quando sensorialmente non è registrato. Panta rei afferma, infatti, il filosofo, ovvero: tutto scorre, cioè è dinamico, quindi è vivo e pulsante perchè, al contrario, sarebbe staticità, quindi morte; è impossibile bagnarsi due volte nello stesso fiume dato che, dopo la prima volta, sia il fiume (nel suo scorrere continuo) sia l’uomo (nel suo divenire) non sono più gli stessi.
Se per Eraclito, tuttavia, l’armonia è il risultato del contrasto tra gli opposti, per l’artista esula da tale conflittualità grazie alla sua pittura. Questa concretizza, quindi, opere che, come ho già avuto modo di scrivere, rispondono “a una sollecitazione interiore spinta da una personalissima necessità, quella del voler comunicare fortemente se stesso”, un se stesso che anela a questa pacificazione, a una forma di armonia, esistenziale e linguistica. Per l’artista, la pittura è una sorta di “finestra tra la sua parte più profonda e il mondo, del quale osservare e registrare tutto alla sua maniera: semplice, entusiastica, efficace, sentimentale…” senza il pathos che deriva dalle contrapposizioni ma, al contrario, con un desiderio di calma e riflessione che porta alle giustapposizioni: tra elementi reali della vita e quelli pittorici, della composizione. Non a caso, mi riferii all’importanza data dall’autore al momento in cui occhio e cuore si uniscono accordandosi come in un prisma sfaccettato capace di percepire di quel mondo da lui guardato e considerato nelle opere, “le vibrazioni cromatiche, la ricchezza tonale, la vitalità atmosferica, l’essenza del paesaggio, la grandezza della complessità sensoriale…” Questa visione-concezione si è sviluppata e oggi è investita di micro-spostamenti evidenti nel suo procedere creativo. Questa “crescita”, tipica dell’uomo, è manifesta in tutte le arti che mirano ad “andare avanti”, evolvendo, sperimentando. Ecco qui il “Divenire”.
Zimatore ancora una volta, attraversa un astrattismo lirico che guarda la natura, il paesaggio, e filtra tali input con un sentire emotivo e, quasi, trascendente. Tale astrazione, che è la sua cifra stilistica dominante da anni, in questi nuovi lavori è ancor più evocativa di un’immagine, di un’atmosfera: mai raffigurata, beninteso, ma espressa intensificando un uso cromatico ad hoc, la ricchezza tonale, la luminosità della trattazione pittorica. Ne deriva una composizione sempre riconoscibile, rispetto alle opere precedenti, ma con “quel qualcosa in più” senza l’affanno della novità a tutti i costi, eppure dall’evidente incamminarsi in un percorso “in divenire” di cui si vedono spiragli propositivi, maturi.
Le opere che ne fanno parte non sono più solo organizzate in composizioni “dittiche”, dove, cioè, sono presenti due parti distinte -su un unico quadro o su due opere singole- l’una essenzialmente contraltare dell’altra, quasi a voler evidenziare “la compresenza di elementi naturali come cielo e mare, acqua e aria, terra e fuoco ma anche le differenze della loro realtà o struttura: ruvidezza e morbidezza, luminosità e buio, fragilità e robustezza. In questo modo, Federico Zimatore riesce sempre a sottolineare aspetti diversi di un unicum indivisibile…” dove emerge, ancora, a tratti, una qualche gestualità che tradisce un’agire emotivo: un’evidenza della pennellata, tracce informali, segni matrici…
Si consiglia la lettura di questo testo e la visione delle opere dell’artista in mostra con un sottofondo musicale assolutamente mirato: Ludovico Einaudi e la sua ultima fatica dal titolo, non casuale , “Divenire”.